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Loretta Dorbolo

Percorso Artistico

loretta dorbolò   

Percorso Artistico

Introduzione

Pensieri di Mezzogiorno meno dieci, 1983Ripercorrere la pittura e gli scritti di Loretta Dorbolò significa compiere un viaggio nella storia personale e nell'anima dell'artista e scoprire, come lo definisce la stessa Dorbolò un magnifico intreccio tra immagini e pensieri. Il punto di partenza è nel ritorno al passato, nella elegia delle memorie personali, legate ad un mondo lontano e magico (quello dell'infanzia trascorsa nella Slavia Friulana, tra le Valli del Natisone), che non può essere recuperato. La sera delle pannocchie, 1978

Da questa esperienza dolorosa matura una riflessione più ampia, la consapevolezza che Il mondo contadino e naturale è oggi minacciato e semidistrutto.. ridotto ad un'isola che si va rimpicciolendo. 
Il tema dell'isola viene sviluppato nella pittura di Loretta Dorbolò tra gli anni 1979 e 1997 e rimanda al tema universale della finitezza dell'uomo, chiuso tra i brevi termini della nascita e della morte - La vita è un'isola, il lume dov'è?, 1979 -

Scorcio della valle del NatisoneLa consapevole scoperta della condizione generale dell'uomo, costretto a muoversi in un circolo chiuso, isola o cortile, senza prospettive di uscirne, dà vita ad alcune delle opere più significative. - In balia di quale vento?, 1983 - Galoppo senza meta, 1986

Negli anni della maturità artistica infatti il motivo del cerchio, girotondo o isola, che accompagna tutto il percorso artistico, si rinnova profondamente, si arricchisce di valenze espressive, non si lega soltanto a forme gioiose e ricche di affettività - Il respiro delle case, 1997 - Il ritorno, 1997 - Complice la luna, 1996 - ma diviene anche immagine della disgregazione, come il cerchio che racchiude il groviglio dell'anima. - Gallina depressa, 1996 -Strega imprigionata: fuga provvisoria?, 1992

Lo spirito umano è complesso e lo stesso amore genera conflitti e può essere vissuto come ricerca di armonia e, insieme, come forza distruttiva. L'artista non ignora la realtà la drammaticità della vita e dell'esperienza umana (il vento che soffia, l'ombrello che non dà riparo), ma la fedeltà alle radici dà forza, fondamento e motivazioni alla vita stessa. - Tempo, spazio, paura, 1997 -

Il simbolo dell'amore alle radici e della speranza è l'immagine dell'albero. Da questa immagine ricorrente nell'opera e capace di suscitare sempre nuove emozioni, nascono incentivi alla speranza e al rinnovarsi della vita. - Lezione di vita, 1977 - Voglia di armonia, bisogno di speranza, 1992-96

Dalla elegia di un mondo lontano e magico alla consapevolezza che Il mondo contadino e naturale è oggi minacciato e semidistrutto.. ridotto ad un'isola che si va rimpicciolendo.

Nelle valli del Natisone un mondo arcaico, contadino e montanaro, si è conservato meglio e più a lungo che altrove. Chi percorre le sue strade, osservando i paesi aggrappati ai boschi e ai prati, ha l'impressione di trovarsi in un luogo tanto povero e desolato, dal versante economico, quanto ricco, stratificato e profondo da quello della cultura popolare. In letteratura esso ha trovato la sua espressione nella poesia di Dino Menichini, e in modo segnalato nel volume Paese di Frontiera. In pittura quel mondo comincia ad essere conosciuto attraverso le tele di una giovane artista, Loretta Dorbolò. Distacco, 1977Lo sfondo è il medesimo, ma le voci sono molto diverse. Menichini, un piccolo classico della poesia del dopoguerra, è costantemente elegiaco, teso alla rievocazione malinconica ed intensa della sua infanzia di paese, in bilico tra la cultura friulana e la cultura slava, mescolate in una amalgama senza fratture. In Loretta Dorbolò l'elegia rievocativa e nostalgica è soltanto un punto di partenza, un alone vago, una delle chiavi di lettura, che si stratificano nelle sue tele e danno loro vita e capacità suggestiva. Come spesso accade, la pittrice si è accorta che aveva un mondo da raccontare soltanto dopo esserne uscita ed essersi trapiantata nella pianura emiliana, in una regione rurale come quella di origine, ma anche profondamente diversa. Dopo quel trasferimento, l'universo dell'infanzia venne a galla e cominciò a lievitare nella memoria e a fare strato. La Dorbolò si accorse che era vissuta in un luogo alonato di credenze mitiche, quasi inverosimili se confrontate con quelle dell'universo industriale e tecnologico, che si fonda sulla fabbrica, il consumo, la dissacrazione del mondo, la dissoluzione di miti, favole e leggende, e della vita comunitaria e solidale dei paesi del mondo contadino. La pittrice deve essersi chiesta con stupore se quella vita l'aveva realmente vissuta, o se era frutto soltanto di sogni e di fantasie infantili. Per raccontarla fece la scelta formale più congeniale, cioè si mise nella linea dei naïfs, che nel vicino mondo slavo costituiscono uno dei filoni più cospicui e conosciuti della pittura. Entrò nel solco dei Lacovich Croata e dei Generalich, che dipingevano in una regione che cominciava poche valli più in là della sua.

La voglia di volare e la strega  che  taglia  le ali, 1985Ma nella Dorbolò il primitivismo non è soltanto istinto, e meno che mai barbarie ingenua e inevitabile, difetto di cultura, come ad esempio in Ligabue. Esso, mi sembra, è anche una scelta deliberata. Possiede la consapevolezza di trovarsi in una posizione difficile, nel panorama della pittura moderna, che ha voltato le spalle al mondo degli oggetti, e si nutre quasi soltanto di ricerche nel campo dell'informale, del geometrico, dell'astrattismo freddo e magari tecnologico. E' una scelta che condivido, che mi trova solidale con l'artista. Mi piace soprattutto, nella Dorbolò, la sua voglia di proseguire per la sua via, in modi estrosi, divertiti, umoristici e stupefatti insieme, di voltare le spalle ai modi dei maestri e dei mostri sacri della pittura moderna. Mi piace il suo scatto fantastico, la sua "voglia di volare", che è vitalità estrosa e surreale, e non ha niente da dividere con libri di squallido erotismo protestatario venuti dall'altra sponda dell'Atlantico. L'esuberanza fantastica della Dorbolò si può verificare soprattutto nel quadro Strega che taglia le ali, dichiaratamente autobiografico, addirittura pieno di citazioni di se stessa e dei propri quadri. La figura della pittrice fluttua nell'aria come avviene nelle tele di Chagall.

Con i surrealisti legati ad una precisa cultura, la Dorbolò ha almeno questo in comune, che rivendica per sé la libertà dell'immaginare e del raccontare, e non si lascia intimidire dalla cultura figurativa dominante. Vuole scegliere i propri maestri con totale libertà, al punto che nelle sue composizioni più affollate, più ricche di spazio e di orizzonti lontani, si coglie persino un'eco vaga della pittura fiamminga, e di Peter Bruegel il vecchio ed i suoi epigoni. La Dorbolò reinventa lo spazio con molta libertà, senza ricordarsi nemmeno della sua conquista, avvenuta in secoli di pittura. Anche nella prospettiva si affida alla fantasia e all'estro, rappresentando i paesi lontani, le valli, le montagne della sua infanzia come fossero luoghi di sogno. Serate d'ottobre, 1988Dissemina lo spazio di figure elementari, che si abbandonano ad allegri e teneri balli rustici, fino all'ultimo orizzonte, fino a perdita d'occhio, mentre sopra un antico carro di legno un contadino suona la fisarmonica. Ma anche gli spazi chiusi della Dorbolò tendono a volte a diventare più simili a quelli del sogno che della realtà. Si osservino gli ambienti in cui i contadini scartocciano pannocchie, immersi in esse fino alla cintola, e i ragazzi giocano e si tuffano nel piccolo mare di mais. Anche qui lo spazio si dilata e si deforma in modi quasi onirici. La veglia nella stalla (il momento magico della vita contadina, in cui la letizia del raccolto si fonde col desiderio di racconto di storie fantastiche) si trasforma in una sorta di epos campagnolo. Le facce e le pose dei contadini, specie dei ragazzi, sono piene di uno stupore divertito, lievemente caricaturale, nel sentir raccontare storie di morti, di orchi e di streghe. Ma c'è nella Dorbolò anche una sorta di inquietudine espressionistica, di dramma oscuro, implicito nelle cose. Vi è come uno svolìo e divincolìo degli oggetti, percorsi da un vento magico. Nel momento stesso che racconta l'universo della sua infanzia, stregato e concreto, la Dorbolò lo avvolge in un velo di umorismo e di autoironia.

Sere d'inverno, 1982Lo guarda dal di fuori, ne conosce i limiti perché ha perduto l'ingenuità della visione. Ma le piace raccontarlo con vivacità fanciullesca, con brio descrittivo, minuto e travolgente, che attinge da una cisterna senza fine. Le figure sono movimentate, semplificate, goffe, fino a ricordare quelle degli ex voto o della pittura infantile. Ma l'astuzia e la cultura della pittrice si rivelano nella sapienza compositiva, nelle dosature del colore. Tutti i momenti della vita familiare e paesana sono rievocati e riprodotti. Manca il momento religioso, le cerimonie liturgiche, le rogazioni per la pioggia. Ma esse sono, per così dire, implicite in tutto il resto, perché i contadini avevano, e spesso hanno ancora, una concezione sacrale del mondo e del vivere, una religiosità che è un impasto di paganesimo, panteismo e cristianesimo. Tutti i possibili oggetti sono dipinti uno per uno, con la precisione minuta e insistita che è tipica della pittura naïve. Troviamo i fogolàrs friulani, il centro della cucina, che a sua volta è il centro della casa. Vi sono i caminetti col fuoco acceso, gli armadi carichi di oggetti, le finestre con le tendine, i fili stesi con i panni messi ad asciugare. Vi è il vecchio ferro da stiro che si scaldava con le braci. Vi è una calda convivenza di uomini, animali, oggetti, in un affollamento che suggerisce allegria, gioia di vivere, disordine vivace e spiritato. Gli oggetti sono quasi antropomorfizzati, costruiti con una pennellata dinamica, esagitata, un po' ebbra, come se tendesse a suggerire un animismo universale.

Ho parlato di gioia di vivere. Ma la Dorbolò sa bene che il mondo contadino e naturale è oggi minacciato e semidistrutto. In balia di quale vento?, 1983Nelle sue tele si sente che l'industrialismo e la tecnologia lo stringono d'assedio, lo hanno ridotto ad un'isola che si va rimpicciolendo. Essi non si vedono, ma s'intuiscono: nel vento ciclonico che soffia iperbolicamente in certi paesaggi, con alberi spogli chinati fino a terra, nei temporali che percorrono il cielo, nella fioritura grottesca di ombrelli rovesciati dall'aria. L'ombrello diventa anzi, nella pittura della Dorbolò, il simbolo di un riparo insufficiente, che non protegge da nulla. Come accade spesso in questo genere di pittura, le scene a volte tendono ad assumere significati simbolici, minacciosi, o carichi addirittura di risonanze apocalittiche. Il mondo contadino straordinariamente ricco di favole, di superstizioni, di narrativa orale e di suggestioni arcaiche, è minacciato dagli orchi e dalle streghe dell'industrialismo che dissacra e distrugge.
Vi è nei quadri della Dorbolò il sospetto che quella cultura, che è durata per millenni, abbia ormai i giorni contati.

Carlo Sgorlon (1986)

Amore, salute ed un pezzo di polenta (1979)

Galline nervose, 1990Dove stiamo andando? Tutti avvertiamo il disagio di chi ha il dubbio d'aver sbagliato treno, ma una strana corrente ci tiene prigionieri.

Si parla del pane, si parla dell'amore e si lamenta la loro mancanza pestando i piedi capricciosi e poi, sconsolati, ci si chiude in sé convinti della giustezza della propria smorfia d'indignata rassegnazione. Siamo tutti qui, su quest'isola buia a cercare i lumi, le nostre mani si sfiorano ma non si stringono, quasi ognuno di noi cercasse un lume diverso e tutto per sé. Siamo vicini ma non uniti, a piagnucolare sulla nostra impotenza in questo mondo rovescio. Là in fondo, c'è una fata astratta che ogni nostra fantasia modella a suo comodo. Lasciamo il camino acceso, i ferri della calza, il cane, il gatto, il sorriso e cominciamo la corsa furente verso questa terribile, inacchiappabile fata. La felicità ha il volto che tu le crei, ma ti tradisce mutandolo ogni volta in cui ti pare di averla veramente di fronte. Ritorna l'eco della mia infanzia.

Quand'ero piccola, 1978I grandi della mia numerosa famiglia mi avevano insegnato a credere che felicità fosse amore, salute e un pezzo di polenta. Un mattino qualsiasi, mentre il primo sole illuminava la stanza ed un'aria quasi concreta la riempiva di profumo di vita, ho udito mio papà chiedere alla mamma: Sei felice? Lei era davanti allo specchio, io fingevo di dormire accanto al papà ma sbirciavo nello specchio la risposta sul volto di mia madre. Non so, era come se tutta la sua figura si fosse trasformata in un sorriso mentre rispondeva: Sono felice. Ed io, che avevo pudore d'ascoltare parole così grosse, mi sono tirata su il lenzuolo fino al naso ed ho sentito lo sguardo scapparmi verso mio padre. Anch'io brillavo di felicità quando gli ho sentito aggiungere: Sei tanto bella quando sei contenta!

Era ora di andare a mungere le mucche, di portare il letame alla concimaia e poi di recarsi ai campi con i fratelli e le cognate. Avrebbero trascorso la giornata dividendo le fatiche, La vita è un'isola il lume dov'è, 1979nell'attesa di un'altra sera in cui, dopo aver dato un bacio a ciascuna delle loro quattro bambine, si sarebbero stretti le mani per poi lasciar morire il giorno in un unito segno di croce.

Adesso sono grande ed ho anch'io una bambina. Vorrei tanto che anche lei conoscesse quel lontano sole della mia infanzia e coltivasse la verità del suo raggio imparando l'amore e la speranza senza i quali si affievolirebbe in luce di sogno. Per lei vorrei un mondo sintesi degli antichi valori e del superamento di certi loro travisamenti.

Ci sono pensieri che in qualche modo si trasformano in forme e colori e ci sono immagini che danno spunto a nuove riflessioni.

Un magnifico intreccio

Ombrelli senza pioggia, 1980naïf o non naïf? È la domanda che più frequentemente mi son sentita porre in questi anni, ma non ho mai saputo rispondere.
Io sono questa: un'autodidatta in pittura che non ha mai scelto un modo di dipingere e continua a farlo come ha imparato strada facendo. Specialmente all'inizio il pennello aveva comandi sommessi, forse erano più note di musica che parole; i colori nascevano dentro e assecondavano gli umori; i segni e i movimenti li sentivo addosso: se dipingevo un albero ero albero, se dipingevo un ballo entravo nella danza. Davanti a una tela non mi chiedevo niente, ero contenta di trasferirmi con la fantasia nei tempi e nei luoghi che volevo; non mi preoccupavo di come fossero i colori o che una testa apparisse più grande del corpo. Sono diventata critica nei confronti della mia pittura solo più avanti, ma non tanto per il senso estetico, che comunque stava subendo un'istintiva evoluzione, quanto sui contenuti che non sopportavo più si limitassero a nostalgici racconti. Allora, naïf o non naïif?
Strega imprigionata; fuga provvisoria, 1992Ciò che io sento fortemente è un senso di prigionia quando, a tutti i costi, si vuoi definire in modo troppo preciso una pittura: qualsiasi etichetta ha una funzione restrittiva e non dà un gradevole senso di appartenenza. Per capire chi è il na'if di oggi, bisognerebbe restituire a questa maltrattata definizione il suo originale significato, ma poi non basterebbe, perché anche purezza e spontaneità non possono avere contenuti statici, ma si impregnano di caratteristiche adatte all'attualità.
Importante è vivere nello spazio dell'arte e poiché essa è libera può abbracciare infinite espressioni.
C'è qualcosa però che non può mancare al di là di uno o dell'altro modo di dipingere, qualcosa di universale che ha il potere di giungere a tutti i cuori: è una magica sintesi astratta che, aleggiando tra segno e colore, provoca l'aggancio degli spiriti e stabilisce il dialogo. 
Ma oggi da dove viene questa mia pittura? E i pensieri?
Qualcosa da rivedere, 1983Ci sono pensieri che in qualche modo poi si trasformano in forme e colori e ci sono immagini che danno spunto a nuove riflessioni. È un magnifico intreccio; così si accendono i fuochi: ora per aver pensato, ora per aver scoperto dietro al dipinto i pensieri nascosti. Spesso accade di scrivere a fiume, senza sentire la mente che detta e poi rileggere a distanza di tempo e veder fiorire bellissime immagini tra le righe; oppure, viceversa, accade di lasciare libero il pennello senza aver voglia o forza di moderarlo e così l'anima, da sola, si trasferisce sulla tela e, alla fine, ti sorprende con le sue non progettate sembianze.
È qui che nasce il dialogo più curioso, sono queste le immagini che generano i pensieri più vivi. La pittura è una guaritrice, con lei si sta sempre bene perché ti ascolta, ti parla e ti fa provare la gioia immensa della comunicabilità anche quando sei di fronte a chi non conosce la tua lingua.
(1997)

Il mio recinto erano le montagne.

Il recinto con le sedie

La mezzanotte di un Natale, 1978Ho incominciato a dipingere in una nebbiosa domenica del 70. Era uno di quei momenti in cui la vicinanza affettuosa di mio marito non bastava per lenire il sottile dispiacere che sa dare la nostalgia. Mi mancavano i miei famigliari, il mio paese, mi mancavano le montagne. Con il pennello e pochi colori, ancora mal composti, mi sono messa a dipingere quelle montagne e poi quegli alberi e poi, uno ad uno, i miei famigliari; non ero più qui, ormai avevo trovato il modo di essere sempre dove volevo io. Quando riaffioravano questi ricordi io sentivo gli odori, i sapori, sentivo davvero una specie di musica.
Sono gli occhi da bambina che rimpiango, quelli che mi facevano vedere il mondo meraviglioso e solo bontà e amore tra la gente. Quando dipingo, io so ritrovare quegli occhi e amo sinceramente tutte le cose e tutte le persone. Paura, fiducia, volontà, 1978Ma io vivo in questo mondo, io vivo in questo tempo, e quando ogni tanto cammino con gli occhi velati di sogno mi prendo delle solenni inzuccate e mi rendo così conto, con grande rabbia nei miei confronti, che non ho ancora imparato a stare al mondo. E nascono i drammi e le incertezze, e nasce la paura di non saper guidare la mano di mia figlia. Mi lascio trascinare da una grande giostra dalla quale vedo nel tempo di un lampo. Io so dov'è il bene e so dov'è il male, ma continuo a lasciarmi girare perché il coraggio di scegliere quello che è bene, in questo mondo mi potrebbe fare solo male. Guardo più in là, cerco più in là, ma c'è un buio terribile e la luce verso la quale vorrei camminare, anche a suon di botte terrene, raramente mi illumina il cammino. C'è stato un periodo in cui curavo i mali della vita immergendomi nel passato. Mi lasciavo inebriare dal profumo dei ricordi e mi creavo così un'atmosfera di sogno in cui persino il mio respiro diventava lieve, quasi dovesse altrimenti interrompere le note fatte d'infanzia.
Buon Anno, 1985C'era la nebbia fuori, e c'erano gli altri che non erano la mia gente ed io pigramente rimandavo di imparare ad amarli.
Se uscivo, sentivo costante la mancanza del cerchio delle mie montagne; gli spazi ampi mi hanno sempre fatto paura. Ricordo che da bambina mi mettevo in un angolo della grande cucina e poi mi costruivo un recinto con le sedie. Più avanti il mio recinto erano le montagne, esse mi creavano un cantuccio così rassicurante che, appena fuori dalla mia valle, mi sentivo già sperduta.
Quando, piccolina, percorrevo da sola i due chilometri di campagna per giungere a scuola o a dottrina, non temevo niente, ero nel mio cantuccio, e poi c'erano quegli alberi che sapevano darmi la stessa sicurezza degli occhi di mio padre e di mia madre.
(1978)

Sedie silenziose, 1991Finitezza dell'uomo chiuso tra i brevi termini della propria esistenza. Consapevole scoperta della condizione generale dell'uomo: muoversi costretto in un circolo chiuso isola cortile senza prospettive di uscirne"
(Paolo Petricig 1985)

Ecco che il motivo del cerchio, girotondo o isola, esprime solidarietà, gioia o amore o diviene immagine della disgregazione, come il cerchio che racchiude il groviglio dell'anima.

Drammaticità dell'amore Loretta Dorbolò 1997

Gallina depressa, 1996Non mi piace
il mio bugiardo silenzio.
Non mi piace
la verità nascosta
dentro il mio groviglio.
Rannicchiata sotto il tavolo
sento solo paura.
(1997)

Sarò dolce vedrai
superba e dolcissima
cosicché non saprai più
chi io sia.
Quando scopro d'aver sprecato
il dono del mio vero volto
me lo riprendo sempre
e poi lo nascondo
al riparo degli altri duemila
miei volti.
Sarà vera la mia dolcezza ma fuggevole ed altera.
(1984)

Celebrando venti anni di pittura e di vagabondi pensieri.

Eco di una fisarmonica, 1986Immagini della tradizione popolare ed elegia delle sue memorie personali della Slavia friulana nelle opere di Loretta Dorbolò
I due aspetti della sua opera, che sono testimoniati nel libro La notte dei falò ricco di riproduzioni a colori di suoi quadri, si completano e si integrano a vicenda. Le immagini hanno il fascino dei ricordi infantili, e la dimensione un po' magica della fiaba; i versi invece, come i brani in prosa, danno più immediato il senso della realtà cioè della visione che l'autrice ha portato con sè di quel suo mondo incantato e dei momenti di nostalgia che la tengono legata ad esso, materiati da motivi che restano nell'anima anche per suggerire incentivi alla speranza quel mondo perduto rimane tuttavia vicino come portatore di un messaggio di vita da tener presente per sempre, e quindi come un fondamento dal quale non si può prescindere per andare avanti.

Emilia Mirmina (1998)

Un viaggio nell'anima

La notte dei falò, 1995L'idea di questo libro ha una storia un po' particolare. Ci siamo trovati a pensare come celebrare i vent'anni di attività artistica di Loretta Dorbolò e la prima cosa che ci è venuta in mente è stata quella di proporre una personale che raccogliesse il suo percorso artistico. È stato del tutto casuale scoprire che l'Artista, della quale conoscevamo da tempo l'apprezzata attività pittorica, conservava in un angolo remoto un'infinità di scritti e pensieri. In una pubblicazione di qualche anno prima, avevamo letto Amore, salute e un pezzo di polenta, ed eravamo rimasti colpiti per l'immediatezza e la grande tensione emotiva che vi traspariva; quel suo modo di raccontare vicende dell'infanzia vissuta nella grande famiglia contadina aveva in sé un benefico soffio poetico, senza cadere mai nel celebrativo. Alla nostra richiesta di pubblicare quello scritto in occasione di una mostra, è seguita la scoperta che in diverse scatole di cartone erano conservati tantissimi fogli di varia misura, scritti a matita o a penna di diversi colori, con una grafia discontinua, a volte assottigliata e fatta scorrere ai lati del foglio per mancanza di spazio. Pensieri fissati nei momenti più diversi: durante la notte o alle prime luci dell'alba, in una breve pausa tra i fornelli, un istante rubato alla correzione dei compiti. «Ma queste sono poesie!», ci scappò detto dopo la lettura di alcuni fogli. «No, sono solo pensieri», fu la risposta della Dorbolò. E dobbiamo dire, per onestà, che su questo non siamo mai riusciti a farle cambiare idea. Non è stato facile convincerla che quegli scritti potevano essere un perfetto coronamento della sua pittura e che valeva la pena farli conoscere. Di fronte alle sue resistenze, fedele come sempre a quella riservatezza che le appartiene, a volte eravamo colti dal dubbio di stare invadendo un campo privato che, comunque, meritava il massimo rispetto. Ma le sue descrizioni dei ricordi d'infanzia, i pensieri sulla pittura e sulla vita di ogni giorno, quelle forme espressive a volte leggere e a volte profonde, venate da una sottile e graffiante ironia e autoironia, erano un narrare al femminile denso di una sensibilità particolare che racchiudeva in sé una voce corale, quasi una storia intima e collettiva insieme, che appartiene a tutte le donne.

Fuggiasca, 1988Quella nonna così saggia e così protettrice verso la numerosa famiglia, colei che quasi si privava del suo affinchè gli altri avessero la loro parte e sorvegliava che tutti, compresa la piccola Codes, si fossero sfamati, rappresenta un simbolo eccezionale di una storia antica fatta di fatiche e abnegazioni, sacrifici e grande forza di volontà in nome del bene superiore della famiglia. E ancora, quelle zie affettuose e severe che sapevano raccontare storie popolari, capaci di dare corpo ai fantasmi infantili e che insegnavano a temere i pericoli. E oggi i bambini che non hanno più quelle zie e quelle nonne manifestano un vuoto difficile da colmare, perché quella famiglia allargata era anche una grande scuola di vita.

Come non pensare alla Strega che taglia le ali e alla storia, vecchia come il mondo, di una creatività femminile da sempre repressa e soffocata, quasi che essere donna e artista potesse essere una colpa. Eppure quante donne, depositarie degli antichi saperi popolari, capaci di leggere i linguaggi della natura e di interpretarli, sono finite al rogo con l'accusa di stregoneria! Tutto ciò che sfuggiva al potere degli uomini era temuto e a quanto pare esse incutevano molta paura. È soltanto in epoca moderna che le donne hanno iniziato a manifestare le loro doti creative, ma il debito che l'umanità ha accumulato, per avere deliberatamente rinunciato alla ricchezza interiore dell'altra metà del cielo, rimane intatto e ancora tanto resta da fare per riuscire almeno a prenderne coscienza. L'apporto di Loretta Dorbolò si inserisce in questo universo creativo, nel saper cogliere i moti dell'anima e trasportarli sulla tela e negli scritti. Sicché ci piace pensare che questo contributo alla conoscenza e alla capacità di guardarsi dentro, di andare oltre la superficie, rappresenti un piccolo ma significativo riscatto nel quale tanti sapranno riconoscersi e molti potranno trarre la consapevolezza del valore di questi tesori nascosti, ai quali si può attingere nel momento in cui diventano patrimonio collettivo.

Il girotondo dei grandi, 1991Vent'anni di attività pittorica e, ora sappiamo, di scrittura, le centinaia di quadri e di testi che l'hanno accompagnata, hanno richiesto un enorme dispendio di energie e di tempo: l'arte, la vena narrativa della Dorbolò non nascono per hobby ma per necessità, come espressione di un trabocco dell'anima; di un'anima che aveva bisogno di spaziare libera e di materializzare le profonde incursioni di un sentire comune e condiviso.

Il grande merito della sua opera è di essersi fatta interprete e di averlo fatto né per moda né per ragionamento logico; quel puro istinto, che traspare nei suoi lavori, affonda le sue radici in luoghi e tempi lontani eppure ben presenti in tutti noi quando siamo capaci di liberarci da quei condizionamenti che ci allontanano dalla capacità di ascolto. E non è solo un mondo contadino che emerge, pur con tutta la poetica ed efficace descrizione di cui l'Artista è capace, ma sono sentimenti, umori, passioni, illusioni, tormenti e speranze di ieri e di oggi, del paesano come del cittadino, della donna come dell'uomo.

Lungo il fiume, sommesse melodie, 2001II suo ritorno a casa non è solo un viaggio nei ricordi, nel passato; è soprattutto un viaggio nell'anima, sicuramente più difficile e tormentato, ma altrettanto sicuramente destinato a lasciare il segno su Loretta Dorbolò, che l'ha vissuto in prima persona, e su quanti hanno avuto e avranno la fortuna di condividerne il messaggio.

Alberto Melotti (1997)

 

Impressioni da un incontro

In principio c'erano i contadini. O c'era la Benecia, e quindi la stessa cosa. Raramente m'è passato tra le mani un libro nel quale l'autore si apra così, si riveli per quanto è possibile farlo. Chiamatelo come volete, io lo chiamo coraggio; e aggiungo subito: e gioia di vivere. Ma sì, malgrado tutto, il lume che non c'è, le sedie vuote sotto le stelle, le ali tagliate, e la quasi certezza che si potrà discutere e ridiscutere, certo, ma le cose sono fatte, la storia ha lasciato la sua impronta incancellabile, e indietro non si torna. Perciò è necessario andare avanti, e non è detto che non sia bello.

Incontro Loretta Dorbolò nella sua bella casa di Concordia. E' un giorno di grigia calura estiva, non credo ve ne siano così lassù lungo il Natisone; e mi viene da chiederle subito se, quando torna alla casa dove è nata, lo faccia per ritrovare se stessa. No, risponde, non per quello, non si è mai smarrita, adesso è qui, a Concordia. Mi torna alla mente l'oraziano coelum non animum mutant qui trans mare currunt, quelli che corrono al di là dei mari mutano il cielo, non l'animo; e mi chiedo allora che cosa potrebbe essere degli abitanti (o dei naufraghi) delle isole che appaiono nei quadri di Loretta, se da un'isola potessero arrivare all'altra: di cosa discuterebbero, cioè. Ma di nulla, o di tutto, che è poi lo stesso, persuasi come sono che l'isola potrebbe essere forse più grande, ma sempre isola resterebbe. Troppa storia; e se qualcuno te l'ha caricata sulle spalle, non te ne sbarazzi più, a meno che tu non voglia alienarti e strappar tutto, ragioni e radici. Qualcuno riesce a farlo, ad altri sembra un galoppo senza meta; Loretta Dorbolò nemmeno s'è posta la questione, o l'ha risolta con testarda e bella fedeltà a se stessa l'amore alle radici.

Mino Milani (1997) 

Come mai 10 anni?

2009 ultime pennellate alla tela iniziata nel 1999Eventi lieti, eventi tristissimi, questioni di vita insomma........
Un attimo fa, ovvero, nel lontano 99, avevo abbozzato "una sagra di paese" con tutte le sue festosità ed allegrie.
Mi sono riavvicinata alla tela nel 2004;
Il mio cuore taceva, allora le ho cambiato titolo: "Consapevoli idealizzazioni"
In successivi ripensamenti, più tardi ancora, dopo quattro pennellate ho deciso per il punto interrogativo "Consapevoli idealizzazioni?"
Tristemente ho abvbandonato la tela perchè non mi usciva più una parola dal pennello.
Nel 2009 mi sono seduta davanti a questo pensiero incompleto e piano, piano, ho sentito muoversi la mano, per popolare la strada di sopra.
Lì mi si è disegnato un gregge con la direzione del gregge, cioè la direzione di chi, fuori dalla fila, incontrerebbe di sicuro un lupo; e poi il cavallo ribelle alla frusta che ribalta il suo carico; e la gara dei ciclisti che si superano per arrivare primi, e quando sono primi, per essere amati, devono essere degli sconosciuti percheè si sa chi vince sempre non è più dei nostri, se non è lontano.
Oltre tutto sta arrivando l'automobile e chi ha il volante in mano, finchè ce l'ha vuole la strada sgombra......
E' così che si fa a dipingere per dieci anni la stessa tela:
Non sono mai uguali i dipinti che sembrano uguali. In ogni pennellata c'è l'evoluzione di un pensiero che può essere anche una regressione, il recupero di un ideale!
Galoppa galoppa dove sono arrivata?
Umilmente ho accettato le miserie della vita, umilmente ho capito che non sarà la mia generazione a salvare il mondo; importante è sapere che il potere che ci resta di sicuro in questo strano luogo che è la vita è amarci almeno ogni tanto.
E' per questo che ho completato questo dipinto dandogli il titolo: "Cos'altro resta se non, ogni tanto, tenersi per mano?" (2009)

Settembre 2012

Non so da quale sotterranea cisterna uscissero le parole e le pennellate che riempivano fogli e tele
Da una zona di penombra del pensiero sentivo premere un disagio...
Era come se una specie di liberazione dovesse lasciar spazio ad un movimento,
come se il respiro non potesse altrimenti ritrovare il suo ritmo 
Quando cominciava a sciogliersi il nodo della gola
mi scoprivo danzante sulla tela
o rannicchiata nella mia solitudine 
o avvinta in un abbraccio appassionato.
I miei umori erano lì
nelle contorsioni dei rami degli alberi,
nella gallina depressa o nel gatto arruffato
oppure ero con voi sulla giostra crudele
o giù a tirare la corda fino allo spacco
Come trovare le parole giuste
per scendere dal filo degli "equilibristi senza rete"?
Avrebbe deciso il vento la direzione dei nostri passi ?

L'ultimo inverno l'ho trascorso accanto ad una finestra
affacciata sulla campagna avvolta da una nebbia leggera,
stranamente amica.
Questa volta la mia mano si ` mossa lenta, lenta 
e in un silenzio senza pensiero
ha percorso tutta la mia valle
che non era solo la mia valle
perchè la sentivo estendersi all' infinito.
Strano, improvviso, pacato silenzio. "Dorme la valle e tace"
L'ultimo mio dipinto prima del grande scossone.

Scorcio Granaio Mostra il giorno prima...
Scorcio Granaio Mostra il giorno prima...

Scorcio Granaio Mostra dopo il 29-05-2012 
Scorcio Granaio Mostra dopo il 29-05-2012 
Scorcio Granaio Mostra dopo il 29-05-2012

 

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